• 3 Aprile 2025 12:00

Direttore Responsabile: Giuseppe Barone .

30 Marzo 2025 La Parola di Dio nella IV Domenica di Quaresima.

DiMaurizio Raimondo

Mar 29, 2025

Il tema della Domenica
La parabola comunemente denominata del “figlio prodigo” è un capolavoro, non solo della
narrativa lucana, ma della letteratura mondiale. Pochi racconti hanno destato una così grande
impressione e hanno conosciuto così tante interpretazioni (dalla storico-critica alla filosofica, dalla
psicanalitica alla strutturale…); pochi sono stati così rappresentati nell’arte e celebrati nel pensiero.
Gli stessi molteplici titoli dati al racconto – allo scopo di cogliere l’essenza del messaggio (“figlio
prodigo”, “padre misericordioso”, “figlio perduto e ritrovato” ecc.) – ne hanno in realtà messo in
risalto solo l’uno o l’altro aspetto. Troppo ricca la trama, troppo intensa la commozione, troppo ampia
la portata simbolica. Se partiamo poi dalla composizione, non è difficile accorgersi che la prima parte
si sofferma sul rapporto tra il padre e il figlio più giovane, mentre la seconda sulla relazione tra il
padre e il primogenito. La filigrana sta proprio in questo duplice riferimento, che riguarda due
atteggiamenti divergenti e due categorie religiose. La figura straordinaria del padre resta comunque
centrale e funge da ponte, unendo le diverse sfaccettature ed esaltando il messaggio.
Il Vangelo: Lc 15,1-3.11-32
Il racconto inizia in una casa, come tante, dove un uomo viveva con due figli. Il distacco del più
giovane non viene giustificato: litigi? desiderio di indipendenza? stanchezza? La curiosità del lettore
non viene soddisfatta, perché non è ciò che conta veramente. Un fatto è certo: l’allontanamento è
progressivo e il decadimento del figlio uscito di casa diventa sempre più tragico. Nel contesto
dell’alleanza, la rottura delle relazioni umane fondamentali, la separazione dalle proprie radici
comporta inevitabilmente la rottura con Dio. E infatti, lontano dal padre, il patrimonio viene presto
dilapidato con una vita dissoluta, aggravata da una carestia che sopraggiunge inaspettata. Il giovane
diventa custode dei porci – animali impuri per eccellenza -, sommo degrado, tanto che un detto
rabbinico afferma: «maledetto l’uomo che alleva porci».
Arrivato al fondo della disperazione, il giovane “rientra in sé”: è l’inizio del capovolgimento. Un
altro detto rabbinico afferma che, quando gli uomini sono costretti a mangiare carrube, si convertono.
Quasi a dire che, spesso, non ci sono alte motivazioni religiose all’origine di una conversione
inaspettata; né apparizioni, né vie di Damasco… Semplicemente il degrado, lo stato di abbandono, e
un grande vuoto. La vita dissoluta promette molto, ma non offre nulla.
A questo punto, la macchina da presa si sposta sul padre, autore di una serie di atti piuttosto
paradossali e inverosimili sul piano dell’esperienza quotidiana: vede il figlio da lontano (lo
aspettava!), è commosso fino alle viscere, gli corre incontro, gli si getta al collo (impedendogli di
umiliarsi), lo bacia, gli dà il vestito della festa, gli mette un anello al dito, i sandali ai piedi, e ordina
un banchetto. Leggendo questa lunga serie di atti, il lettore avverte immediatamente una straripante
passionalità (chi ha detto che la Bibbia è maestra di moderazione?) che avvolge il peccatore,
impedendogli di umiliarsi.
Non si parla di penitenze, digiuni ed elemosine; non si chiede di dimostrare sincerità di intenzioni;
non si esigono promesse future… Tutto è gratuità, commozione, tutto è tripudio ed ebbrezza, gioia di
ritrovarsi, di abbracciarsi, di fare festa… Certo, bisogna evitare facili demagogie e ingenuità
ermeneutiche: è necessario capire la retorica del racconto e l’intenzione dell’autore… Tutto vero. Ma
non è forse anche vero che, a volte, le nostre comunità ecclesiali rischiano di invecchiare nei
“distinguo” e negli equilibrismi diplomatici, di appassire in vecchie e rinsecchite discussioni che
giocano sempre in superficie, invece di cantare la gioia del ritorno e del perdono, della gratuità e della
festa? Non è vero che viene sempre più a mancare l’ebbrezza e l’esultanza per un solo peccatore che
si pente piuttosto che per i novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione? Chi sa guardare
ancora lontano, all’orizzonte… non per scrutare le malefatte dei figli dell’uomo, ma per scoprirne
l’incanto? Chi sa ancora aspettare e avere nostalgia, perseverare nell’attesa e rispettare i tempi, senza
cedere alla disperazione o all’invadenza? Siamo ancora capaci di gratuità, di estasi, esultanza e
abbandono?
L’entrata in scena del figlio maggiore cambia la prospettiva della parabola. Bisogna subito dire che,
anche sul lettore più disponibile a comprendere questa paternità inusuale, fa un certo effetto il
contrasto tra chi ritorna dai campi, fedele al suo compito quotidiano, e la festa di cui gode il dissoluto
che ha sperperato ogni avere. Anche qui, gli elementi narrativi sembrano poco convenienti e poco
rispondenti all’esperienza quotidiana. È facile intuire che l’ira del figlio maggiore, tutto sommato,
viene giustificata dal lettore. Ma tant’è. Egli rimane fuori e il padre – ancora una volta – deve uscire.
Nello sfogo, il figlio maggiore enumera anzitutto i suoi meriti: il servizio e la fedeltà. Non sono
queste le doti richieste a tutti i figli degli uomini? E, dopo aver enumerato i suoi meriti, mette in
risalto i peccati del suo fratello minore e l’ingiustizia del padre: «quando è venuto questo tuo figlio,
che ha divorato il tuo patrimonio con le prostitute, gli hai ammazzato il vitello ingrassato!».
L’accento è su «questo tuo figlio», espressione che tradisce uno sprezzante distacco, o forse odio. Il
padre risponde con «figlio!» e il pronome personale «tu», ripetuto enfaticamente due volte: «figlio
tu, tu sei sempre con me». Invece di un rapporto convenzionale, si intravede un amore personale,
intimo, fondato sulla relazione.
A «questo tuo figlio», il padre risponde con «questo tuo fratello»: un invito a porsi a un altro livello.
In effetti, il problema è proprio questo. In fondo, alla luce di una logica retributiva, il maggiore non
ha torto. Ma proprio qui è il punto: il padre agisce partendo da un’altra logica. Dietro l’atteggiamento
del primogenito si intravedono certamente le critiche dei farisei al comportamento di Gesù piuttosto
benevolo verso i peccatori, ma anche una certa logica cristiana vigente nella comunità di Luca: un
modo di sentire le relazioni, che non teneva conto della gratuità e della benevolenza divina.
Luca ricorda che la giustizia divina e umana, invocata dal figlio maggiore, dice anzitutto relazione,
rapporto con “l’altro”, prima che rapporto con un codice di comportamento. La fratellanza produce
differenziazione e una comunità di fratelli non nega l’alterità; anzi, la esige. L’altro rimane fratello, in
quanto altro da me. Lévinas ha intuito molto bene questa dimensione relazionale che sta alla base del
discorso biblico e le conseguenze etiche di una tale impostazione. «A un soggetto rivolto verso se
stesso… – dice Lévinas –, a un soggetto che si definisce per la cura di sé e che, nella felicità, attua il
suo per sé, noi opponiamo il desiderio dell’Altro… di un Altro che sono gli Altri, che non sono né il
mio nemico… né il mio complemento…».
Le ultime parole del padre al figlio maggiore sono un invito a entrare nella festa della gratuità, ad
abbandonare la logica del dovuto, a riconoscerlo come fratello, ad abbandonare lo scanno di giudice
e a porsi sul trono della misericordia, a non allontanarsi – disgustato e sprezzante – nel giardino dei
“giusti”, ma a farsi prossimo del peccatore e del dissoluto, perché egli rimane comunque un “fratello”.
Il finale aperto della parabola è di una forza pragmatica possente; non si dice quale decisione abbia
preso il primogenito: sarà entrato nella festa o si sarà allontanato, sprezzante? Tutto è posto in mano
al lettore che, forse, è chiamato lui (!) a rispondere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *