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Uno deve morire per la salvezza di tutti.

DiMaurizio Raimondo

Apr 1, 2023

Tutti gli evangelisti dedicano parecchio spazio al racconto della passione e morte di Gesù. I fatti sono fondamentalmente gli stessi, anche se narrati in modi e prospettive diversi. Ogni evangelista presenta anche episodi, dettagli, sottolineature che gli sono propri. Questi rivelano la sua attenzione e il suo interesse per alcuni temi di catechesi, ritenuti significativi e urgenti per le sue comunità.
La versione del racconto della passione che oggi ci viene proposta è quella secondo Matteo. Nel nostro commento ci limiteremo a sottolinearne gli aspetti caratteristici.
Il primo, molto importante, è che Matteo scandisce tutto il racconto con i ripetuti richiami all’adempimento delle Scritture. Quando è ancora seduto a tavola, durante l’ultima cena, Gesù pronuncia una frase che dà la chiave di lettura di tutto quanto accadrà in seguito: “ Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui” (Mt 26,24).
In seguito, nel giardino degli Ulivi, quando le guardie gli si avvicinano per arrestarlo, come se fosse un bandito, reagisce dicendo: “Tutto questo accade perché si devono compiere le Scritture dei profeti” (Mt 26,56).
Matteo rileva che persino i dettagli più marginali della passione – come, per esempio, il tradimento di Giuda per trenta denari – erano stati annunciati dai profeti (Mt 27,9-10).
Abbiamo soprattutto un parallelismo, voluto da questo evangelista, fra la passione di Gesù e il dramma vissuto dal giusto di cui si parla nel Salmo 22:

  • Come Gesù sulla croce (Mt 27,46), anche quest’uomo rivolge al Signore il grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Sal 22,2).
  • È oggetto degli stessi dileggi: “Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi se è suo amico” (Sal 22,8-9); è esattamente quanto è accaduto ai piedi della croce e sono identici gli insulti rivolti a Gesù (Mt27,39.41-43).
  • Come Gesù (Mt 27,34. 48 ha sete: “ E’ arido come un coccio il mio palato “ (Sal 22,16).
    È circondato da malvagi e dice: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi (Sal 22,17. Poi continua: “si dividono le mie vesti, sul mio vestito, gettano la sorte (Sal 22,19 ). E quanto hanno fatto i soldati ai piedi della croce (Mt
    37,35).
  • Come Gesù infine (Mt 27 50, anch’egli emette un grido (Sal 22,25).
    Le corrispondenze sono tali e tante che si è portati a supporre che l’autore del salmo intendesse fare una previsione esatta, fin nei dettagli, di quanto un giorno sarebbe capitato al Messia. Non è così.
    Le sorprendenti somiglianze sono dovute a una scelta teologica dell’evangelista, che ha voluto raccontare la passione e la morte di Gesù, tenendo presente lo schema di questo salmo. Lo ha fatto per aiutare i lettori ad andare oltre il puro dato di cronaca e a cogliere il significato profondo di quanto stava accadendo.
    Anche gli altri evangelisti citano le Scritture, ma nessuno con tanta insistenza. La ragione è che Matteo scrive il suo Vangelo per i giùdei che sono stati educati dalla catechesi dei rabbini ad attendere un messia vincitore, dominatore, grande, potente. Di fronte al fallimento con cui si è conclusa la vita di Gesù, chi potrebbe avere il coraggio di presentarlo come Messia?
    La sfida che, ai piedi della croce, sacerdoti, scribi e anziani lasciano a Gesù: “Salva te stesso! Se sei il figlio di Dio, scendi dalla croce!” (Mt 27,40) va capita in quest’ottica. Sono disposti a credere a chi vince, non a chi perde.
    Ai giùdei e a tutti coloro che, anche oggi, si scandalizzano di fronte a un messia sconfitto, Matteo risponde: le profezie dell’Antico Testamento annunciano un Messia umiliato, perseguitato e ucciso,; lo presentano come il compagno di ogni uomo sofferente e oppresso.
    Dio non ha salvato miracolosamente Cristo da una situazione difficile, non ha impedito l’ingiustizia e la morte del figlio, ma ha trasformato la sua sconfitta in vittoria, la sua morte in nascita, la sua tomba in un grembo dal quale è stato tratto fuori per una vita senza fine.
    In lui Dio ci ha fatto sapere che egli non vince il male, impedendolo con interventi prodigiosi, ma togliendogli il potere di nuocere, anzi rendendolo un momento di crescita per l’uomo. Anche lasciandosi guidare e illuminare dalle Scritture – come ci suggerisce di fare Matteo – è difficile assimilare questa logica di Dio, è difficile accettare che “se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto “(Gv 12,24).
    Un secondo insegnamento su cui insiste soprattutto Matteo è il ripudio della violenza e dell’uso delle armi. Solo lui riporta la frase di Gesù a Pietro che, per difenderlo, aveva messo mano alla spada: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che usano la spada, periranno di spada “(Mt 26,52).
    Tertulliano, il famoso apologeta del II-III secolo, commentava: “Disarmando Pietro, Gesù ha tolto le armi di mano a ogni soldato”. A lui, qualche decennio più tardi, faceva ego il biblista Origene: “noi cristiani non impugniamo più la spada, non impariamo più l’arte della guerra, perché attraverso Gesù siamo diventati figli della pace”.
    I primi cristiani non avevano dubbi: il discepolo di Cristo deve essere disposto, come il Maestro, a dare la vita per il fratello, mai per nessuna ragione a ucciderlo.
    Uno dei temi che sta più a cuore a Matteo è l’universalismo della salvezza.
    Israele non può ritenersi l’unico e geloso depositario delle promesse. Ha svolto il compito che il Signore gli ha affidato: preparare la venuta del regno di Dio. Ora è atteso, primo fra gli invitati, nella sala del banchetto (Mt 22,1-6).
    Purtroppo Israele ha respinto l’invito e, nelle prime comunità cristiane, questa scelta è stata vissuta come una dolorosa lacerazione, come una spada che trafigge l’anima (Lc 2,35), come “una spina nella carne” (2Cor 12,7).
    Ci sono due fatti nel racconto della passione che sono riferiti solo da Matteo: il sogno della moglie di Pilato e il gesto del procuratore di lavarsi le mani, scaricando sui giùdei tutta la colpa della condanna a morte di Gesù (Mt 27,19. 24 ). Esprimono in modo emblematico il dramma di questo popolo e la responsabilità che si è assunto non accogliendo il Messia, inviatogli da Dio. Espressione massima di questo rifiuto è il grido: “Il suo sangue cada su di noi e sui nostri figli” (Mt 27,25).
    L’interpretazione insensata di questa frase ha avuto conseguenze tragiche: odi, accuse assurde, violenze, persino persecuzioni dei cristiani contro i giùdei.
    Era totalmente diverso il senso attribuitole da Matteo. Turbato dalle sciagure che, nella seconda metà del I secolo d.C., avevano colpito il suo popolo e che erano culminate nella distruzione di Gerusalemme, egli aveva intuito la causa di tutti i mali: i giùdei avevano scelto la violenza e rifiutato il regno di pace, annunciato da Gesù.
    L’evangelista vuole mettere in guardia dal pericolo di ripetere lo stesso errore. Chi si allontana da Cristo per seguire altri Messia, chi confida nella violenza, chi coltiva progetti di dominio finisce sempre per provocare sciagure: fa cadere del sangue su di sé e sui propri figli.
    Solo Matteo racconta i fatti straordinari accaduti alla morte di Gesù: “La terra si scosse, le rocce si spezzarono, i morti di suscitarono… “(Mt 27,51-56).
    In quel tempo si pensava che il mondo fosse pieno di iniquità e tutti attendevano la nascita di un mondo nuovo. Si diceva che, nel momento del passaggio fra le due epoche dell’umanità, il sole si sarebbe oscurato, gli alberi avrebbero versato sangue, le pietre si sarebbero spezzate, emettendo grida e i morti sarebbero risolti.
    Ciò che Matteo dice, dunque, non va inteso come il resoconto fedele di un fatto accaduto il 7 aprile dell’anno 30, ma come l’affermazione di un teologo che, nel momento della morte di Gesù, si rende conto della nascita di un mondo nuovo. Il suo è un messaggio di gioia e di speranza, inviato a tutti coloro che sono nell’angoscia e nel dolore, che si sentono avviluppati in tenebre di morte. Il regno di Dio è iniziato quando, sulla croce, il Signore ha rivelato tutto il suo amore e il suo interesse per il destino dell’uomo.
    Un altro episodio, riferito solo da Matteo è la morte di Giuda (Mt 27,3-10).
    Questo discepolo è il simbolo di tutti coloro che, per un certo tempo seguono il Maestro e che, rendendosi conto che egli non realizza i loro sogni di gloria e la loro sete di potere, lo abbandonano e addirittura si schierano contro di lui.
    L’episodio è narrato sulla falsariga dell’unico vero suicidio che si trova nell’Antico Testamento, quello di Achitofel, il traditore di Davide (2Sam 17,23) e presenta zone d’ombra e misteri che non verranno mai chiariti dal punto di vista storico.
    Se ci si libera per un momento degli stereotipi, non si può non provare rispetto e pietà per il dramma di quest’uomo che – da come ne parlano Pietro, Giovanni e gli altri evangelisti in genere – sembra proprio che, nel gruppo degli apostoli, non avesse amici. Quando vide l’unico che lo amava andare incontro alla morte, deve essersi sentito terribilmente solo a portare il peso del suo errore. È andato, purtroppo, a sfogare il suo rimorso, il suo tormento interiore dalle persone sbagliate, i sacerdoti del tempio che si erano serviti di lui. Se si fosse rivolto a Cristo, la sua vita si sarebbe conclusa in altro modo.
    Infine, solo Matteo parla delle guardie poste a custodia del sepolcro (Mt 27,62-66): sono il segno del trionfo del male. La loro presenza testimonia che il giusto è stato vinto, il liberatore ridotto al silenzio, chiuso per sempre in un sepolcro.
    È l’esperienza che tutti facciamo: il male dà sempre l’impressione di essersi assicurato un trionfo definitivo, tale da far considerare sogni le speranze di giustizia del povero, del debole, dell’indifeso.
    Dio però assicura il suo intervento, inatteso: un suo angelo farà rotolare ogni pietra che impedisce il ritorno alla vita e si siederà su di essa (Mt 28,2) i soldati, posti a difesa dell’ingiustizia e dell’iniquità, fuggiranno atterriti dal trionfo della sua luce (Mt 28,4).

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